Passato un mese, quasi due. Un’allegra compagine di disparate età, diversa origine e sostrato culturale, svariati umori e non meno variegati interessi. Tanta voglia di impastare abbottonato il camice da lavoro.


Alla prima molecola di glucosio pittata sulla lavagna, occhi sbarrati, mi sono chiesta: “Wait, what?! Ma chiccccazzo me l’ha fatto fare…?”. Riprendere, riprendermi, tutto ciò che per grazia di Dio avevo abbandonato terminato il liceo: la chimica degli elementi. Credo di essermi spalmata sulla sedia come un budino piazzato sotto il sole di un agosto milanese. Affranta.
Non ci ho messo molto a riprendermi però, rigenerata dall’entusiasmo con cui questa tecnologa alimentare (per sua, a me oscura, scelta) andava smistando frasi sull’interazione tra zucchero e farina, il tutto intervallato da video di Barbieri piazzati sulla LIM di un’aula con le sedie basse e i sottobanchi.
Circondata da gente che fino a una settimana prima non avevo mai visto (e ben poche probabilità ci sono che avrei potuto intercettare altrove) e che, invece, adesso vedo ben più spesso della persona con cui vivo, passandoci un terzo del mio tempo giornaliero, dal lunedì al venerdì. Un’umanità che parla di esperienze distanti da me e con cui rido della colla di pesce che fa i capricci nell’emulsione di una mousse.
Supervisionaty da Elena: Pastry chef e mentore accudente, che ci riprende con vigore, ma che asseconda di fatto qualsiasi idea malsana ci bazzichi per la mente.

Ci salutiamo stanchy, dopo quattro ore inchiodaty al banco interrogandoci sulla denaturazione di una proteina o, alternativamente, passate a: pesare, livellare, mescolare, scaldare, frullare, comporre, imparare, entusiasmarci per un barilotto di marron glacés alto come me TUTTO PER NOI.
In una cucina che ormai frequentiamo più di casa nostra, tra una battuta e un vaffanculo. Le mani appiccicosicce e la pancia piena di zucchero.
Un po’ teoria, un po’ pratica: con l’entusiasmo di bambiny a cui è data la libertà di ritrovarsi insieme e semplicemente sperimentare il mondo tutto intorno.

Il resoconto di questi primi mesi: stanca sempre, controvoglia mai, pedalando quella mezz’ora che mi separa dal cioccolato. Andata e ritorno. Affondando il mento nella sciarpa sotto la pioggia che scroscia, in un novembre padano poco aderente alla mia felicità.
Con una cassetta del mercato appesa al portapacchi della bici, per tirarmi appresso crostate e pan di spagna glassati alla qualunque. Con la divisa nello zaino e il grembiule punteggiato di macchie che prego la mia brava lavatrice di erodere ogni weekend.
Con la glicemia a palla e la voglia di allenare la generosità condividendo con chi asseconda il mio entusiasmo per l’arte della pasticceria.
Gaia Bugamelli