Il classico svarione da aeroplano

Guardo fuori dal finestrino. Oggi c’è nebbia sulle montagne. Che sfiga, penso, l’unica volta che prendo l’aereo mi becco una giornata che non si vedeva dal quindici-diciotto. Non mi lascio abbattere da questo foglio grigio che vedo appiccicato all’esterno del mio oblò. Mi sarebbe piaciuto salutare la mia cara città. Quest’anno l’ho vista poco, mi sono trasferita in un altro stato. “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” direbbero in un film anni 80.
Non sono scappata, semplicemente una mattina ho pensato: o vado ora o non vado mai più. Ho fatto le valige, mi sono chiusa la porta alle spalle e sono uscita. Cosa cercavo? Assolutamente nulla, anzi, ero piuttosto contenta della vita nella mia città, non eccessivamente stabile, ma neanche troppo allo sbaraglio: una giusta via di mezzo per stare a galla. Eppure sentivo di avere paura di qualcosa, non capivo di cosa, ma sentivo una mancanza, come se mi stessi avvolgendo in una calda e comoda coperta che piano piano iniziava a stringersi intorno al mio corpo, bloccandomi i movimenti. Non so se vi sia mai capitato di svegliarvi e pensare “voglio iniziare un corso di ballo, ho bisogno di liberare il corpo dal mio controllo, lasciarlo muoversi sfrenato al ritmo di musica”. Questa era la mia sensazione: sentirmi fintamente libera. Mi viene in mente la canzone di Brunori Sas Il mondo si divide, quando dice:

Ci sono certi giorni in cui vorrei alzare anch’io
La Coppa Dei Campioni
E poi ci sono i giorni in cui mi sento veramente
Il peggiore dei coglioni
.

Eccomi, eccoci, la montagna russa delle emozioni, che sbatta.
Ora mi ritrovo seduta in questo posto lato finestrino, che, se va bene, è omologato per un bambino di 8 anni alto un metro e venti al massimo. Ergo, ho le ginocchia in bocca, le spalle a origami e il cuore stretto.

Ormai questa non è più casa mia, eppure lo sarà sempre. La conosco più delle mie tasche, visto che nelle mie dimentico sempre fazzoletti sporchi, accendini e soldi che, puntualmente, finiscono nel lavaggio a quaranta gradi della mia lavatrice. Ho voglia di andarmene, ma, se potessi, me la porterei in valigia. Non la penso, ma la cerco nelle nuove strade che percorro. Non la sopporto, ma quando la vedo intera dall’aereo, vorrei correre giù ad abbracciarla.
Mi diverte che, ogni volta che una persona sale su un aereo, si crea un automatismo interiore tale per cui inizi a riflettere intensamente sulla tua vita senza partire né arrivare in nessun punto. Prendi tutto come una grossa metafora della vita: il volo, la partenza, l’arrivo. Io mi nutro di queste riflessioni, mi soffermo a guardare le cose intensamente per poi dirmi, in un lampo di genio, ma cos’è che stavo guardando?
Inoltre, dato che fuori le nuvole hanno il colore del cemento, è difficile fantasticare sulla vita, dato che sembra di essere seduti di fronte ad un muro a fissarlo.
Dunque, mi giro ad osservare i miei compagni di viaggio che fremono dall’emozione, di quelli che, ci scommetto una mano, che applaudiranno con tutto il fragore e l’orgoglio di cui sono capaci all’atterraggio. Gli stessi che, appena l’aereo si stabilizza un po’, slacciano le cinture e iniziano le merende. C’è gente che si saluta perché ai lati opposti dell’aereo, chi fa il doppio giro di cintura, chi dispone sul tavolino quattro libri: o è una velocista della lettura, oppure le serve per raggiungere quello spessore adatto da appoggiare la testa e dormire senza finire, col collo, sotto il sedile di quello di fronte.


Mentre mi ritrovo nel pieno dello svarione generale, abbasso lo sguardo. Di fianco a me si è seduta una bimba che sta guardando il tatuaggio di due tette che ho sul braccio, di cui sono francamente iper orgogliosa, che belle, mi dice, poi appoggia la sua testolina alla mia spalla e si addormenta.
Partiamo.

A cura di Adele De Pasquale

Credit immagine: https://unsplash.com/it/foto/persona-che-legge-il-giornale-da-dietro-con-poggiatesta-in-primo-piano-vicino-al-finestrino-del-vagone-del-treno-vdyeDY-_ufw

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