Cadere dal motorino quel giorno è stato squarciare la mia acerba membrana protettiva, una pelle ruvida impregnata di bagnoschiuma alla menta scadente, e scivolare su un asfalto che sapeva di una terra accogliente; la nostra, quella del campetto. Per me cadere dal motorino non ha significato un dolore lancinante. Non ebbi il tempo di sentirlo. Accanto a me si fiondò Paolo. Una mano sudata che odorava di succo di limone. Un terrore fottuto negli occhi e una bocca che non riuscì a farfugliare nulla di senso compiuto, o comunque qualcosa di cui possa ricordarmi. Lui, che la calma non la perdeva mai, adesso era lì, orfano sbattuto in strada. Il calore di un sangue posticcio, di grumi timidi, nel frattempo, si sprigionava dalle mie ginocchia macchiando i miei jeans già luridi e bisunti. Però si, ecco, dicevo che per me il trauma venne attutito dal sapore dolce che mi si appicciò alle labbra. Quello di un asfalto al punto di ebollizione di quei primi pomeriggi di luglio. Dell’abbraccio tremante per tirarmi su di Daniel, del breve istante di silenzio corale degli altri. Io dolore non ne sentii perché prevalse in me la meraviglia di vedere quegli occhi giganti degli sgangherati degli amici miei fissi su di me, i petti che si alzavano velocemente su e giù su e giù, i pensieri come palline del flipper sul se fiondarsi o meno in ospedale. Se mi avessero chiesto del casco? Battesimo di fuoco.
Se oggi, a trenta anni di distanza, ripenso a quel pomeriggio credo che continuerei a parlare di meraviglia perché avevo quattordici anni e in quella bolgia infernale che erano gli incontri con i miei amici maschi non c’era spazio a sentimenti di alcun tipo. O, più precisamente, per la loro manifestazione verbale. Intendiamoci, non eravamo il Fight club. C’era l’affetto. C’erano le pacche sulle spalle. Ma come il Fight club c’erano dei taciti accordi. E cazzo questi non comprendevano gli occhi di quel giorno di Paolo. Lucidi. Umidi. Occhi azzurri imperscrutabili ora aprivano mondi immensi. Ed io ero lì. Che oscillavo. Tra la scossa della botta e il pulsare dei miei tendini prevaleva la meraviglia di percepirci come umani che si, cazzo, si potevano preoccupare, ma no, piangere no. Piangere a noi non era consentito. Punto. Mi scombussolava che tutti stessero lì a intenerirsi mentre io non sapevo nemmeno prendermi cura di me stesso. Il mio battesimo di fuoco consistette nel sentirmi totalmente vulnerabile e completamente protetto allo stesso tempo. Era quella cosa lì. Il sangue mi riscaldava macchiandomi i polpacci. Gli altri mi tendevano le mani per dirmi che non bisognava aver paura.
Furono dieci punti di sutura a chiudermi il ginocchio sinistro. Arrivammo che già avevo fatto un conto puntuale delle lacrime versate dagli altri. Dieci. Una per ognuno di noi. In ospedale queste erano arrivate secche, incrostate sui nostri visi acerbi, tra barbe accennate. Sapevamo di sigarette girate di nascosto e di terrore primitivo e reale e pulsante.
Per il resto rimasi illeso. Nessuna lussatura. Una lieve contusione. Prognosi pubblica. Ero caduto più per il brecciolino che per altro. Stavo andando piano. Uscimmo da lì con la complicità di chi sa di avere forgiato un ricordo che rimane li, inscalfibile. Puzzavamo come cane bagnati. Le luci al neon degli edifici scrostati ci indirizzavano nella foschia dei nostri sentimenti. C’eravamo scoperti. Avevamo pianto, anche fosse per una sola lacrima, gli uni davanti agli altri. E adesso tornavamo al campetto in motorino. Bisognava ritornare a parlarsi in silenzio. Giocare senza piangere.
Oggi mio figlio mi ha chiesto se il motorino giù in garage fosse mio e se lo potesse usare. La sua voce alle spalle mi ha scosso, riportandomi a quel pomeriggio aranciato, a quella notte calda. Al calore irradiato da quelle lacrime. Lacrime viste per la prima volta. Alla consapevolezza di quanto, da lì in poi, avessimo appreso anche a piangere, quando serviva. Un nuovo alfabeto.
Elsa Rizzo