“La memoria degli oggetti”. Lampedusa, 10 anni dopo.

3 ottobre 2013. “Lampedusa è sempre più vicina, ormai sono a ottocento metri dalla costa. […] Un fremito corre lungo tutto il peschereccio. L’Italia è lì, l’Europa è lì, a portata di mano. […] Buttano in mare i cellulari perché così il capitano ha ordinato loro di fare, e aspettano fieri l’approdo in Europa”. (Leogrande, A., La Frontiera, 2015, Feltrinelli Editore)

Questo approdo per molte persone non si realizzerà mai. Un naufragio senza precedenti: 366 vittime accertate, di cui 360 dall’Eritrea. Gente partita alla ricerca di un futuro lontano da guerra, violenze, vessazioni e violazioni sistematiche dei diritti umani.

Di fronte a queste e tante altre morti che ogni giorno si consumano sulle rotte Mediterranee e Balcaniche, abbiamo una responsabilità forte. Di fronte a uno dei disastri più grandi del nostro secolo, “Come maneggiare la memoria e il dolore che indubbiamente attraversano queste commemorazioni? […] Come evitare di essere parte di un enorme processo di spettacolarizzazione? Cosa raccontare, su cosa fissare davvero lo sguardo, per sottrarsi a tale rischio?

Cittadinə legittimi della fortezza Europa, di un’alleanza terrorizzata dalla commistione con l’Altro, figliə di narrazioni mediatiche cariche d’odio e di politiche neo coloniali e razziste, abbiamo ormai normalizzato le morti di chi tenta di valicare i nostri confini. Ma una morte è forse meno legittima di un’altra? Meno degna di attenzione, di essere custodita con cura dalla Memoria dei vivi? 

Uno spunto in questo senso ci viene dalla mostra inaugurata al Memoriale della Shoah a Milano. “La memoria degli oggetti. Lampedusa, 3 ottobre 2013. Dieci anni dopo”, raccoglie oggetti e foto appartenuti alle persone che a bordo di quel peschereccio naufragato cercavano di raggiungere le sponde italiane. Immortalando in still-life quanto raccolto dal relitto sul fondo del mare, la mostra ne fissa la memoria nella nostra storia collettiva.

L’esposizione conta anche i disegni di Adal Neguse, rifugiato eritreo che oggi vive in Svezia, i cui ritratti raccontano le torture subite da quanti tentano di scappare dal regime nel suo Paese. Acquisiti come prova dalle Nazioni Unite, hanno contribuito alla risoluzione che condanna il regime eritreo per crimini contro l’umanità. Dirette e scomode, le immagini di Neguse ci aiutano a rimettere insieme i pezzi, a ricostruire le cause che spingono tante persone a imbarcarsi in direzione dell’Europa. 

Porta d’Europa, Domenico Paladino (2008)

Dal 2014 a oggi, 28.189 persone sono morte nell’attraversamento del Mediterraneo. Ma, nonostante i gesti iniziali di empatia e commozione collettiva (e.g. Cutro tra gli ultimi), sembriamo ormai assuefatti all’orrore di tante vite sacrificate sull’altare del nostro nazionalismo xenofobo. 

Ecco allora il potere rivoluzionario del prendersi cura di queste morti, che prima di essere morti erano vite, determinate a partire per un futuro altrove. In questo deserto di indifferenza, averne cura significa fare qualcosa per trattare questo disastro come gli altri, essere testimoni di chi è mortə senza identificazione, perché il suo ricordo non si appanni, ma anzi ci ridesti dal torpore nutrendo la nostra responsabilità collettiva

Questo prendersi cura passa anche dal visitare questa mostra. Un cellulare, la foto di un gruppo che sorride, un documento di identità, una collana, un rosario: sono alcuni degli oggetti che ci parlano di essere umani indistintamente dal colore della pelle, senza gerarchie di inclusione/esclusione, senza divisivi Noi/Loro.

La scritta che accoglie al Memoriale della Shoah (Milano)

Di fronte alla chiara volontà dell’Unione Europa di non identificare e quindi cancellare la memoria di queste persone, nel disarmante tentativo di disumanizzare chi viene dall’altra sponda, l’esposizione di questi oggetti al Memoriale della Shoah ci importuna, ricordandoci quell’atteggiamento che, dopo gli anni dello sterminio nazifascista, ci eravamo ripromessə di non adottare mai come neo nata Repubblica: INDIFFERENZA.

Gaia Bugamelli

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