Ci sono Paesi che per conoscerli devi viaggiarli,
che per viaggiarli compiutamente devi attraversarli in un moto irrequieto quanto paziente,
Paesi fatti forse più di persone che di cose,
Paesi dove non puoi solo prendere e fuggire nella smania irrequieta dei social media,
Paesi che per conoscerli devi viverli,
esperirli,
calpestarli con i tuoi propri piedi,
respirarli nel loro smog incòndito,
assaporarli nei loro cibi misteriosi e nuovi,
tra l’amore e l’odio,
l’apprezzamento e la nostalgia di casa.
Ci sono Paesi, come il Nepal, dove quello che conta non è tanto arrivare, ma letteralmente godersi l’andare. E questa lentezza, questo assaporare con fascino l’intorno, attenzionare i dettagli, le persone e i gesti, questa ebbrezza per le piccole cose del quotidiano, tanto lontane quanto intimamente confortevoli, questa frenesia mai spenta, nella mia testa – in più di una circostanza – ha rappresentato il prendersi cura. Non tanto avere cura, quanto piuttosto prendersi cura, il che – quantomeno nella mia visione del mondo – sottende un moto di dedizione e preziosa custodia, più che di reclamato possesso.

Andiamo a Budhanilkantha, un buco di paesino a meno di 10 km di distanza dalla caotica Kathmandu, con l’obiettivo specifico di visitare l’enorme statua di Vishnu dormiente alle prime luci dell’alba, quando l’enorme dio di basalto lungo 5 metri disposto supino all’interno di una vasca rettangolare ornata a festa, viene processualmente cambiato d’abito da una stuoia di monaci in preghiera. Così almeno dicono le poche informazioni che sono riuscita a reperire in giro.
Nemmeno il tempo di varcare la soglia della piazza che ospita il tempio, che il mio sbadiglio assonnato viene cancellato seduta stante dalla baraonda circostante: una marea di gente in processione che regge offerte di ogni tipo, donne, uomini, bambini, vecchi e non vecchi, si addensano impazienti intorno alla vasca del dio e nella zona antistante. C’è chi si accovaccia in terra per farsi appuntare in fronte il Tilak, il simbolo del divino, che in Nepal è un enorme pallino rosso fatto di curcuma e grani di riso; chi vende offerte e chi le compra; chi, da dietro i banchetti, dispensa dolci e frittumi a volontà.

Aggancio un venditore di frittelle, ne compro un paio e mi dispongo affacciata alla balconata che cinge la vasca, curiosa di vedere se qualcosa succederà all’enorme statua adagiata nell’acqua di fronte a me.
Di colpo, dopo mezz’ora, le porte di accesso allo stagno sacro chiudono fuori la folla di pellegrini che, fino ad allora, vi si era riversata sui bordi per omaggiare di offerte il dio con riverenza. Una ordinata processione di bambini vestiti da monaci circoscrive la piscina cantando, e uno di loro raggiunge la testa di Vishnu con un vassoio d’argento sul quale reca disposti gli unguenti con i quali lavarlo e adornarlo per la giornata.
Un bagno di miele, acqua, latte e tanto altro che non sono riuscita a decifrare, ammaliata dalla delicatezza con cui le mani di questo adolescente seguivano sapientemente un rituale perpetuato per chissà quanti anni. Ogni sostanza – dalla valenza evidentemente simbolica per gli astanti – veniva di volta in volta lavata via con una brocca d’acqua raccolta da un altro ragazzo inginocchiatosi anch’egli sulla statua di fianco al compagno, in una coreografia di passaggi indicibilmente commisurati.
Finita la purificazione, protrattasi per una buona quarantina di minuti, i giovani monaci si prodigano nella vestizione ornamentale del dio: fanno convergere come un puzzle, sulla sagoma protetta da un velo rosso, i pezzi che ne compongono la trionfale armatura argentea, adagiandovi sopra fiori e offerte di ogni tipo. Ne fasciano la testa con un panno, sotto il quale depositano fiori e ghirlande, sopra cui dispongono un’ingombrante corona scintillante.

A vestizione finita, porte riaperte alla marea di gente nel frattempo dispostasi in una fila – più o meno – ordinata, fuori dai cancelli che cingono l’enorme vasca sacra. Rimango immobile, osservando pensierosa e più che mai affascinata, quel susseguirsi di inchini, preghiere sussurrate a bassa voce e fiori gettati al cielo.

Prendersi cura: lavare con una dedizione immane e una riverenza ineffabile un’enorme statua di basalto alle prime luci dell’alba. Accarezzarla con la punta delle dita cospargendola di oli pregiati e profumi preziosi. Adornarla a festa in una processione di gesti durata più di un’ora. Ogni singolo giorno che il sole sorge e cala.
Gaia Bugamelli