Cassina dé Pecchi è la zona periferica, nonché storica di Milano che oggi è riconosciuta per la sua rinascita culturale: scuola di musica, biblioteca, teatro e museo del quartiere collaborano tra loro per creare forti sinergie di rinnovo e partecipazione. In questi giorni, in particolare, si celebra l’anniversario dell’apertura del museo della zona di Cassina: il MAIO, il Museo dell’Arte in Ostaggio e delle Grafiche visionarie. Ideato da Salvatore Giannella ed inaugurato nel maggio 2015, compie due anni.

Racchiuso nel Torrione seicentesco, il Museo è nato con lo scopo di richiamare alla memoria le circa 1650 opere, ancora prigioniere di guerra, che, secondo il rapporto del celebre cacciatore di opere d’arte trafugata, Rodolfo Siviero, l’Italia deve ancora recuperare. Il MAIO al contempo vuole essere ‘custode di speranza’: nonostante molte opere debbano ancora tornare in patria, sono stati molti i ritrovamenti effettuati negli ultimi anni e tra questi il Museo ricorda l’intervento del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, che ritrovò opere d’arte di artisti italiani, quali Andrea Di Bartolo, Michele Cammarano e Jacopo Bassano.

Il Museo MAIO è un unicum per forma e contenuto: oltre il Museum of Stolen Art in America e in Olanda, il MAIO è il solo a parlare di arte trafugata; racchiuso nel bastione seicentesco è dotato di una postazione creativa interattiva ed un video proiettore, che permettono al visitatore di rivivere frammenti di memoria della storia dell’arte, o meglio delle storie dell’arte; come afferma Salvatore Giannella: “Se noi riuscissimo a raccontare le storie dell’arte invece che la storia dell’arte, ne verrebbe fuori un capitolo della bellezza italiana”.

2
Salvatore Giannella

In questa intervista il giornalista ci vuole raccontare in via fiabesca la storia del Museo, ripercorrendo, passo per passo, la storia di Cassina dé Pecchi e del suo museo:

C’era una volta, nel cuore di Cassina de’ Pecchi, un operoso pianeta che, come prima stazione di posta, accoglieva i viaggiatori sulla strada che conduceva da Milano a Venezia e Aquileia e oltre, in Europa, la più bella e la più importante strada tra quelle che partivano dal capoluogo lombardo: quel pianeta si chiamava la Cascina Casale, con una corte doppia e un granaio che ospitava i raccolti dei campi circostanti. Il viaggiatore, dopo 15 chilometri e un paio d’ore di viaggio, poteva rifocillarsi con un buon bicchiere di vino e un assaggio di gorgonzola, l’uno e l’altro di produzione locale e, prima di ripartire, dare un’occhiata al paesaggio: a sinistra la linea argentea del Naviglio della Martesana; sulla destra, oltre le cascine di Cassina, l’immenso spazio della pianura, la fitta e luccicante rete di rogge, le masse in cotto delle cascine di Camporicco e di Sant’Agata adagiate tra viti, gelsi e prati (il primo taglio del fieno diventerà il foraggio per i cavalli dell’ippodromo di San Siro). Così doveva apparire al viaggiatore della metà dell’Ottocento questo tratto della Strada Padana a oriente di Milano, situato proprio al confine tra l’aria umida di marcite della zona dei fontanili e l’alberata pianura asciutta risalente verso le Prealpi di Lecco. Riavvolgiamo la bobina della macchina del tempo e arriviamo a metà ‘900, quando le famiglie del Casale lasciano la cascina per la metropoli e il tempo inizia la sua opera disgregatrice. Cadevano i muri e, nel contempo, si alzavano ai bordi della strada i muri fatti dai cassonetti della spazzatura. Per mezzo secolo sul Casale è sceso il sipario. Ma con il terzo millennio la svolta: nel 2008 la cascina viene restaurata. Nelle due ali arrivarono prima la Biblioteca comunale e, dopo, il Teatro della Martesana: due istituzioni pubbliche che hanno innalzato il bagaglio culturale degli abitanti (a teatro oltre 10.000 presenze in due anni grazie a una rete di 10 associazioni dirette da Massimo Greco). Dinamici genitori fondarono la cooperativa Filippide, centro socio educativo per il tempo libero di ragazzi disabili. Si concretizzava così la strategia degli amministratori pubblici: fare del pianeta Casale un polo culturale innovativo e partecipato, un condominio o, per dirla con le parole di chi conosce lo slang internazionale, una community di welfare culturale. Restava, chiusa, la porta del Torrione centrale, anch’esso sapientemente restaurato. Quale funzione dare al granaio rimesso a nuovo? A Cassina abita un cacciatore di storie che ha scritto libri e film sui salvatori dell’arte dalle guerre, in grande anticipo rispetto ai Monuments men di George Clooney. Poteva l’antico granaio, suggerì il cronista, diventare un granaio della memoria, che custodisse l’arte in ostaggio, cioè i nomi dei 1.647 tesori italiani trafugati nella seconda guerra mondiale? E’ nato così il Maio, Museo dell’arte in ostaggio e delle grafiche visionarie, dove il visitatore incontra, regione per regione, i tesori culturali italiani ancora prigionieri di guerra e, attraverso installazioni e laboratori ad arte, può vivere una nuova esperienza educativa, coinvolgente ed emozionante. Una proposta che è stata accolta positivamente dagli amministratori e da lodevoli sponsor (in primis la banca BCC di Carugate e Inzago, il primo dei potenziali mecenati cui ci siamo rivolti) e dalla stampa nazionale e internazionale.”

Il museo a soli due anni dalla nascita gode già di un buon numero di visitatori, tra abitanti della zona e turisti, ma le prospettive future del giornalista Salvatore Giannella riguardo al MAIO sono ben più ampie: “Mi aspetto si possa disegnare una community hub intorno al MAIO, una “Stazione delle Muse” per tutti i curiosi di cultura e di bellezza, per quei viaggiatori moderni (i turisti furetti ad alto tasso di curiosità e mobilità) che vogliano cogliere una sosta per ritrovare metaforicamente il profumo dei germogli culturali fioriti nei prati delle Muse in Martesana. Senza nostalgia per il passato, con fiducia e con visione innovativa verso il futuro.”

Marta