Fretta

Non saprei neanch’io da dove cominciare, o ancora meglio, non saprei dove collocare cosa. E non so neanche bene cosa dovrei collocare. All’alba dei miei ottant’anni, mi ritrovo così, con un pugno di ricordi e poche relazioni tra di essi. Per esempio, questa donna che mi ritrovo di fianco nel letto, dormiente: chi è di preciso? Certo, è mia moglie, almeno questo lo so anch’io. Ma cosa ho condiviso con lei? Perché me ne sono innamorato? Cosa abbiamo passato insieme? Per essere onesto, devo ammettere che non lo so proprio. Mi ricordo del nostro matrimonio, quello sì. Era pieno di gente, eravamo in mezzo alla campagna, faceva caldo, molto caldo, ma un venticello fresco sistemava tutto, si stava proprio da dio… E poi c’erano tutti, forse anche i miei genitori. Ecco, questo è un fatto, per esempio, che non ricordo affatto bene, se i miei ci fossero o meno, se erano ancora vivi oppure no. Non ricordo neanche chi dei due è morto prima. “Poveretto,” starete pensando, “questo vecchio signore deve soffrire di Alzheimer, di demenza, o di qualcosa di simile insomma”, ma ebbene non è così, e oserei dire purtroppo. Non sarebbe certo gradevole, ma avrei almeno l’alibi degli ammalati, il loro velo di decenza e innocenza: non sarebbe mica colpa mia se ricordo poco e niente della mia vita, ho una malattia, perdio! Vedete questo referto medico?, dice proprio così: de-men-za! Non c’è nulla da fare: è andata così, è toccata a me. E invece no. Non ho nessun referto medico che dica nulla di simile, in nessun cassetto da nessuna parte della casa. La mia malattia non è di natura organica, e non so neanche se ad oggi è considerata nel novero delle patologie da alcun medico al mondo, perlomeno riconosciuto dal resto della comunità scientifica. È una malattia che mi ha colpito in tenera età, e non mi ha lasciato più. Mille amici, impegni, allenamenti, studi, e poi le ragazze, e il lavoro, e la casa. Non volevo rinunciare a nulla, tutto e subito, per tutti e ovunque. Ho tentato di acquisire l’ubiquità, l’onnipresenza, ignorando le lancette degli orologi, credendo, avidamente e scioccamente, che il tempo per me facesse uno sconto, che ne avessi a disposizione più degli altri.

Quando è nata mia figlia, dov’ero? Forse in Danimarca a chiudere un contratto, o a Singapore col magnate della finanza cinese volato lì apposta per me.

Un mucchio di immagini, voci e persone confuso, ingarbugliato, risiede in me, e questo è tutto ciò che forma i miei ricordi, e a volte neanche questo: la lucidità, la vera presenza mentale al momento presente, sono stati per me i doni più rari che la vita mi ha fatto. Anche ora: da quanto non vivevo un momento simile? Da quanto non riflettevo, non meditavo tra me e me? In un battito d’ali sono scivolato giù, sempre più giù, attraverso le settimane, i mesi, gli anni. La mia prima laurea, per fare un altro esempio. Mi sembra l’altro ieri, è un ricordo recente per me, diciamo che è una delle ultime dieci cose che mi si affacciano alla memoria se ripenso al passato. Ed è un fatto accaduto quasi sessant’anni fa.

Non ho avuto neanche il tempo di conoscere me stesso, in tutto questo trambusto. Mia moglie, i miei figli, i miei amici più stretti, mi definiscono una persona buona, gentile, piena di vita ma un po’ distratta, ma la verità è un’altra. La verità è che questa distrazione, e persino questa bontà forse, sono frutto di questa dannata, maledetta fretta. Non è distrazione la mia, è assenza, alienazione, disorientamento costante, vertigine; e non è bontà: è voglia di evitare qualsiasi tipo di conflitto, che altro non sarebbe se non una perdita di tempo, un inutile spreco. E per evitare qualsiasi spreco, ho finito per sprecare tutto. In fondo la vita è anche questo: uno spreco di tempo, che in fondo spreco non è. Senza calma, non esisterebbero i dipinti migliori, non fiorirebbero gli amori più forti e veri, non verrebbero scritti i libri che rimangono nei secoli. Tutte queste cose non sono produttive di per sé, non portano ricchezze immediate, e non possono essere fatte a ore prestabilite. Nessuno ama qualcuno soltanto due ore al giorno. Manzoni non ha scritto I promessi sposi dalle nove e trenta alle dieci e trenta di ogni lunedì e venerdì. Le cose più autentiche della vita richiedono il proprio tempo, e noi possiamo solo esserne umili interpreti. Io tutto questo non l’ho mai imparato, e adesso è tardi, troppo tardi. Chissà, dopo questo momento di lucidità regalatomi dal caso, quando ancora sarò cosciente di star vivendo?

Forse mai più, fino al gran finale, che per me, temo, non sarà grande: solo un altro impegno da compiere, portare a termine, da sbrigare con la massima solerzia, senza sprecare un secondo. Mi affaccerò così, distrattamente, sull’infinito ignoto, controllando l’orologio per vedere se sono puntuale, e lamentandomi forse con il mio accompagnatore, angelo o demone che sarà, per farmi tardare oltre il dovuto.

Christian Mella

Credits immagini: Ryan Millier e Isabel Galvez