E se le radici si trovassero in paradiso?

«S’io m’intuassi 

Come tu t’inmii»

Non è scuro come la notte il buio che mi abbraccia, ma torbido come la fuliggine sulle pareti della stufa che ho acceso poca fa. Da lontano, una luce avanza con vigore e si fa spazio tra il nero circostante. È troppo forte, mi obbliga a chiudere gli occhi. Ora è il bianco a dominare lo spazio: non è limpido come la neve, ma lattiginoso e denso come la tazza di latte che ho bevuto poco fa. 

Intorno a me il vuoto risucchia ogni rumore, ma faticosamente riesco a sentire il suono del mio respiro.

I miei sensi sono isolati, dimenticano di comunicare tra loro. Concentro quindi le mie forze nell’udito cercando di capire se sono ancora viva.  Questo pensiero risveglia il mio corpo, riapro gli occhi e mi trovo in posizione fetale: sono appoggiata su un fianco con le ginocchia raccolte e le braccia piegate. 

Cala silenziosamente una nebbia dall’alto, ricoprendo col suo vapore acqueo ogni angolo di quel luogo e non lascia nemmeno il ricordo del bianco sottostante.  Sotto di me, come una voragine, scivolo verso un luogo assente di luce, tenebroso e quella grigia foschia si fa sempre più lontana. Mentre cado sempre più giù, mi accorgo che il mio corpo è rimasto sopra di me, fermo, nella stessa posizione. Agito gambe e braccia, combatto per tornare su, inutilmente però. Continuo a precipitare, la caduta solleva un vento furioso, sento salire l’adrenalina dall’addome, quando, come un braccio dall’alto, qualcosa di ruvido, come un ramo di un albero, mi afferra e mi accompagna delicatamente al suolo

Avverto un formicolio alla schiena, qualcosa di umido sembra accarezzarmi la pelle. Questa sensazione rinnova il mio sangue in circolo, riesco a percepire i muscoli stirarsi, sento le ginocchia toccarsi, i polpastrelli delle mani sfiorarsi, sembra che nel mio corpo scorra una vita nuova, sembro rinata. 

Alzo la testa: una maestosa chioma verde intenso sostenuta da un elegante tronco ornato di intarsi sfumati di rosso, sembra ancorarsi al mio capo. 

Mi guardo attorno: una terra bagnata accarezza la mia pelle e possenti radici paiono sostenermi, ma non riesco a percepire dove finisce il loro tessuto corticale e dove inizia la mia epidermide. La loro linfa pare penetrare nelle mie vene, armonizzano il loro movimento a ritmo del battito del mio cuore, sembrano comprendere i miei sentimenti. Esse seguono il moto dei miei arti, paiono capire i miei pensieri. Tento di fare lo stesso. 

Il fuoco della stufa è fievole, ma non si è ancora spento. Sul tavolino la tazza con il latte è ancora tiepida. Il cielo fuori dalla finestra ha ormai quasi perso tutti i suoi colori, intravedo solo più una linea arancione dietro le montagne. 17.05 segna l’orologio in salotto, ho dormicchiato solo per un quarto d’ora, tuttavia mi son persa lo spettacolo del tramonto. 

«[…] Ci stiamo avvicinando alla vigilia di Natale del 1944, se […]»

Sento la voce della radio che probabilmente mi ha svegliata, forse è già arrivata mamma. 

Sono rannicchiata sul divano, la posizione in cui mi sono piazzata, assomiglia a quella che 16 anni fa per nove mesi avevo dentro la pancia di mia mamma. Eccellente per alleviare lo stress da studio. Mi stiracchio, sento le mie mani un po’ indolenzite, erano schiacciate tra le ginocchia, i polsi hanno dei segni rossi, come se avessi lottato per estrarli dalla stretta delle mie gambe. La mia guancia è disegnata dall’impronta del capitolo IX del Paradiso. Mi sono addormentata sulla Divina Commedia. Qualche goccia di saliva (dormivo davvero profondamente) ha bagnato la pagina. Mi stiracchio e riprendo a leggere da dove mi son fermata, verso 80-81: «S’io m’intuassi, come tu t’inmii». 

Nella mia mente iniziano a scorrere come fotogrammi di una pellicola cinematografica, immagini che sembrano memorie trascorse. Quelle parole si affacciano come un’epifania e mi rivelano ricordi che però non ho vissuto nella realtà.  Un sogno

Prendo il mio quaderno dei sogni e inizio a trascriverlo prima che mi scappi via. Mi piace custodire i miei sogni, sgrovigliarli per scovare le sfumature più nascoste. 

Scrivo:

«Non riesco a capire dove mi trovo. Ho visto il paradiso? Non mi aspettavo che dovessi cadere per raggiungerlo. Qualcosa non torna, lo trovo paradossale.

È una voragine quella che mi ha portato verso le radici, eppure esse penetrano così profondamente in me, tanto da riuscire a comprendere le mie emozioni e i miei pensieri, come l’anima di Folco da Marsiglia fa con Dante in Paradiso. È verso il basso che mi spinge il sogno, forse verso l’inferno in cui pensavo di trovarmi già dal ’39. Tuttavia, è proprio qui, nel basso, nelle radici, che ritrovo ciò che le persone hanno perso da un po’. La loro empatia è tale da riuscire a connettersi al mio Io più profondo. Se le persone riuscissero a provare questa compassione forse non ci sarebbe più bisogno di combattere questa guerra. È vero, allo sguardo, quella chioma e quel tronco paiono meravigliosi, ma a volte bisogna tornare un po’ alle radici, a quell’humus, per ritrovare l’umanità.»

Virginia Galizia

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Immagine: Virginia Galizia