Una vela colorata di giallo

Le chiamavano Le Vele. Strutture a forma triangolare, piccoli appartamenti costruiti diagonalmente, tanti alla base che andavano diminuendo man mano che si salivano i piani superiori, perché la costruzione andava restringendosi sempre più verso la cima. Era un complesso formato da quattro costruzioni divise per colore a seconda della vernice dei muri. Colori vivaci, come il giallo e il celeste, sembravano voler contrastare il cielo grigio di Scampia.

Era agosto e il sole ardeva, le strade di Scampia erano deserte, la vegetazione quasi inesistente e la poca che si vedeva era secca. Il caldo quasi sembrava opprimerti come la sua città. Ci avvicinammo alle Vele, avremmo giocato con i bambini della Vela gialla. Camminando verso la struttura, passammo per vari quartieri e le persone che vi abitavano si affacciarono ai balconi e urlarono «sono arrivati gli scout!». Si affacciarono in molti, ricordo i loro sguardi, alcuni felici, altri di sfida, altri ancora arrabbiati, ma di colpo, quella che si era presentata come una città opprimente, divenne quasi accogliente. Quasi, perché fino all’ultimo giorno, un delicato sentimento di estraneità rimase.

Giocammo con i bambini della Vela gialla per una settimana intera. Andavamo a chiamarli uno a uno, bussando alle porte dei loro piccoli appartamenti, accolti da un odore di sporcizia e da un caffè. Non tutti desideravano venire con noi, qualcuno restava a casa. Uno in particolare, Giuseppe, ogni mattina lo trovavamo pronto ad aspettarci fuori dalla porta di casa sua, nonostante sembrasse sempre contrariato all’idea di passare del tempo insieme, perché spesso si arrabbiava con tutti gli altri bambini, non partecipava a nessuna attività e anzi, se ne stava in disparte imbronciato.

Imparammo molto di quel posto, delle regole di quartiere, delle diatribe tra i campi rom, del modo in cui approcciarsi alle famiglie. Imparammo molto di quel posto, della rabbia dei bambini, della loro tristezza e del loro modo di vivere la vita.

 L’ultimo giorno decidemmo di fare un’attività più riflessiva: chiedemmo ai bambini di scrivere su un cartellone una parola o una frase che per loro descrivesse la Scampia del presente e una che rappresentasse la Scampia dei loro sogni. Parole come pulita, famiglia, pace, amicizia e casa, riempirono il cartellone della Scampia futura; al contrario rabbia, immondizia, paura, colmarono invece la parte del presente. Una frase però pareva essere stata scritta nella parte sbagliata del cartellone, un po’ come quei colori vivaci delle vernici dei muri sotto quel cielo grigio. La frase diceva vivere un’altra settimana così

Di fianco alla frase c’era un disegno di una barca con una vela colorata di giallo che navigava sul mare.

Quel disegno suscitò in me uno strano sentimento, non più di estraneità. Improvvisamente quella vela gialla prese vita, le Vele, da strutture di cemento costruite di rabbia, divennero velieri e presero il largo e in quel momento pensai «in questa settimana abbiamo davvero vissuto».

Quel giorno, con gli zaini sulle spalle e pronti a ripartire, Giuseppe corse, corse verso di noi, sorrise e ci abbracciò.

Virginia Galizia

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