NO CAP: abbasso il caporalato, lunga vita ai pomodori!

Lo sfruttamento lavorativo nel settore agroalimentare è dovuto in larga misura a intermediazione illecita, forme illegali di reclutamento e organizzazione della manodopera, mancanza di garanzie in fatto di salario, salute, sicurezza e previdenza. Approfittando dello stato di vulnerabilità e difficoltà economica di molti di coloro che cercano lavoro in questo settore, si sfrutta in modo disumano la manodopera di chi è disposto a farsi pagare una miseria in cambio della garanzia di portare a casa qualcosa a fine giornata. 

Tale sfruttamento si esercita ricorrendo al cosiddetto ‘caporalato’, ovvero «l’attività di intermediazione svolta dai c.d. caporali che reclutano manodopera e gestiscono in forma illegale la domanda e l’offerta di lavoro». (NO CAP, 2021)

È per far fronte a questo fenomeno che nel 2011 prende forma NO CAP, associazione di attivistə e volontarə nata come «movimento per contrastare il ‘caporalato’ in agricoltura e per favorire la diffusione del rispetto dei diritti umani, sociali, e dell’ambiente» come si legge nello statuto. A fondarla, Jean Pierre Yvan Sagnet, emigrato dal Camerun in Italia nel 2008 e laureatosi in Scienze delle Telecomunicazioni nel 2013.

Dopo aver iniziato a lavorare come raccoglitore di pomodori in Puglia, sottomesso ai caporali e sfruttato per il suo lavoro, decide di ribellarsi organizzando una protesta contro le condizioni inumane a cui erano sottoposti i lavoratorə della regione. È grazie al suo impegno e alla sua lotta che nel 2016 in Italia viene introdotto il reato di caporalato. 

La rete di NO CAP si compone di espertə da diversi settori: dalla comunicazione al diritto, dall’economia alle energie rinnovabili. Buona parte dei compiti consiste nel fare scouting del territorio, individuare le criticità presenti e agire in modo da rispondere alle esigenze di lavoratorə e imprese. 400 i braccianti che grazie allo strenuo lavoro di NO CAP sono stati assuntə in meno di 1 anno, sia italianə che non. Il lavoro dell’associazione è stato prezioso anche nel consolidare forme di assistenza legale per diversə migranti che sono riuscitə a ottenere il permesso di soggiorno.

Il contributo di NO CAP è rilevante non solo a livello istituzionale, essendo la prima realtà ad aver fatto luce in maniera consistente sul tema del caporalato, ma anche imprenditoriale, dal momento che l’associazione, tra le altre cose, certifica con un bollino l’adozione da parte delle imprese di «scelte etiche sul piano del lavoro e della sostenibilità ambientale lungo tutta la filiera agricola dei prodotti». Numerose sono le aziende che grazie a NO CAP hanno implementato un modello economico basato su etica e sviluppo sostenibile. Tale percorso «si concretizza nell’assunzione regolare di lavoratori e lavoratrici, nel privilegiare processi naturali di coltura e nell’utilizzare fonti da energie rinnovabili per la produzione dei loro beni». 

Sono tutti tasselli di quella che secondo NO CAP si configura come ‘la filiera agricola etica’ e che coinvolge diversi attori sociali, a più livelli: produttori, distributori, lavoratori, consumatori, ecc.

Da quest’esperienza è nata nel 2014 anche Diritti a Sud per la rivendicazione del diritto al lavoro di giovani europei e africani (ne abbiamo scritto qui).

Sono progetti coraggiosi, portati avanti da persone che con tenacia si battono per il consolidamento di condizioni di lavoro dignitose nel settore agroalimentare.

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: link

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