La poesia è una passione? Per Vittorio Sereni è una bicicletta

Sebbene di primo acchito possa non suonare così familiare, Vittorio Sereni (Luino 1913 – Milano 1983) è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, cofondatore e responsabile della direzione letteraria della collana editoriale Oscar Mondadori, nonché fondatore di Meridiani Mondadori. 

Richiamato alle armi durante la Seconda Guerra Mondiale, parte di una divisione diretta in Africa, nel luglio ‘43 viene catturato in Sicilia da un’armata alleata sbarcata sull’isola e imprigionato in Algeria per due anni. L’esperienza di detenzione, testimoniata fedelmente nel Diario d’Algeria (1947), lacererà per un lungo periodo Sereni, che, oltre a essere rinchiuso nel campo di concentramento algerino, perse così l’appuntamento con la Resistenza che stava prendendo piede in Italia. 

Segue infatti un silenzio ventennale del poeta, spezzato solamente nel 1965 con la pubblicazione de Gli strumenti umani, testo esemplare della sua poetica. È qui che Sereni risponde con abilità al suo stimato maestro Montale che ne La Bufera e altro dichiarava che «la poesia è morta». La società degli Anni Cinquanta e Sessanta è quella del boom economico, una società di consumo che non ha più spazio per la lirica aulica del primo Novecento. In questo senso, Sereni si pone come continuatore della poetica montaliana in una società in cui, come affermava Montale, i cardini sono cambiati.

Il componimento La poesia è una passione? è interessante perché condensa in sè elementi della prima poesia sereniana, come la guerra e il tentativo di sovvertimento di una tradizione lirica che nella nuova società di massa sembra aver fatto il suo corso, alternando talvolta una visione più positiva di una realtà in cui il poeta forse riuscirà ad imporsi. 

La poesia si apre in un tempo e un luogo ben definito: è il 30 agosto – avanzato meriggio dell’ultima domenica di questa nostra estate – e il poeta si trova probabilmente a Milano, come possiamo dedurre dall’ambientazione cittadina:

E la domenica è chiara ancora in cielo
folto di verde il viale e di uccelli
non ancora spettrali case e grattacieli
[…]
e si guardava attorno ai tetti che abbuiavano e le prime serpeggianti luci cittadine  

Leggendo il componimento salta subito all’occhio l’immagine di un amore tra un uomo e una donna, un amore che sembra quasi essere malato. L’uomo, che identifichiamo con l’io lirico, da un lato sembra voler evadere, ma dall’altro lato rimane fisso e torvo. Si stringono in un abbraccio che respinge e non unisce che sembra quasi un aforisma, una definizione universale che suggerisce l’idea di un abbraccio non carico di amore, quasi l’opposto di quello che dovrebbe essere, perché appunto respinge. Tra i due protagonisti c’è un amore che è già storia d’altri, già vecchia, di loro: un amore comune e non da favola, senza niente di speciale, anzi a tratti malato e possessivo, che si ritrova in ogni coppia e da sempre. In questo contesto, l’io lirico descrive il suo stato d’animo distrutto e rabbioso: moriva d’apprensione e gelosia al punto da volersi morto, al punto di volersi sciogliere tra le braccia di lei, impotente.  

E’ domenica 30 agosto 1953 e tutta l’Italia è sulle piazze nei viali e nei bar ferma ai televisori. Anche i protagonisti accendono la televisione e avvertono una grande notizia: Fausto Coppi, noto ciclista italiano, ha vinto il Campionato del Mondo a Lugano. Questo evento suscita nell’io lirico una sorta di epifania: Coppi era un corridore secondo molti finitodi sé faceva dire che non più ce la fa, eppure aveva vinto il Campionato.
Se Coppi è riuscito a vincere, allora anche il protagonista può risollevarsi, può riscattarsi da quel suo stato d’animo che tanto lo opprime:

e dunque anch’io posso ancora riprendermi, stravincere.

Questo prezioso momento viene interrotto dalla voce della donna e ora si ricorda perché la ama, con lei potrà stravincere. Tornato alla realtà guarda fuori la terrazza farsi sera di quell’ultimo giorno di agosto mentre la compagna recita: 

anche agosto, anche agosto è andato per sempre… 

si tratta della poesia Novilunio, lirica contenuta in Alcyone, uno dei più grandi capolavori di Gabriele D’Annunzio. A sentire questi versi l’io lirico si ricorda con tenerezza e affetto di quando li leggeva durante la Guerra:

sì li ho amati anch’io questi versi…
anche troppo per i miei gusti

forse era l’unico libro che aveva da leggere mentre era in spedizione sui Balcani e, anche se quei versi così liricheggianti e idilliaci erano così enormemente lontani dall’orrore della guerra, rappresentavano uno strumento per distrarsi:

quei versi li sentivo lontani
molto lontani da noi: ma era quanto restava,
un modo per parlare tra noi. 

Probabilmente era estate anche quando era in guerra – quell’estate di ferro – ed è proprio per questo motivo che quei versi di D’Annunzio sono così carichi di significato per lui. Ma, ormai l’agosto della guerra è passato e adesso sopraggiunge un nuovo agosto in cui Fausto Coppi vince il Campionato e il poeta può finalmente riscattarsi:

è altra roba altro agosto,
non tocca quegli alberi o quei tetti
vive e muore e sé piange
ma altrove, ma molto molto lontano da qui.

Come nell’Agosto del ‘43, mentre Sereni era in guerra, le liriche dannunziane l’hanno salvato in un momento di grande terrore, adesso è arrivato un altro agosto e con esso un’altra poesia. 

Concluso un agosto, ne arriverà un altro.

E da qui il significato del titolo: La poesia è una passione? Sì, la poesia è una passione: proprio come nel ciclismo, di cui Sereni era un grande appassionato, Coppi sembrava non farcela e invece vinse la gara, così anche la poesia che a volte sembra non poter fare il suo corso riuscirà ancora a sorprendere. 

Giulia Ferrero

© Credit immagini: link + link + link + link + link

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